COME LA CAPRA ABBIA SCOPERTO IL CAFFÈ ED ALTRI SQUISITI RACCONTI

Manuela Sanna Natura chiama

 

La Natura è forza e pura bellezza. Benché l’uomo la privi continuamente di spazio e libertà, ha ancora una forza millenaria devastante, se sottovalutata. Rimane lì, sempre disponibile per tutti, pronta a donare stupore e meraviglia, ristoro e consapevolezza, imprevedibilità e bellezza. Ogni suo tassello racconta una storia. Ogni suo sapere è concentrato in piccole dosi che purificano la mente e riempiono occhi e animi di stupore e grandezza. In ogni passeggiata senza pretese lungo questa nostra antica Terra si riceve molto più di ciò che si cerca. Lo sa bene la nostra protagonista del giorno, un animale davvero eccezionale, che ha fatto del suo vagheggio e della sua innata curiosità un’arte di scoperta sopraffina. La capra lungo i secoli ha visto riconoscersi alti carichi di prestigio (da nutrice del Padre degli Dei a sindaco di una città americana!) e vissuto momenti non certo idilliaci (non per niente si usa il termine di capro espiatorio!).

No, non scherzo sulla carica di sindaco! La storia in questione è molto curiosa. Il protagonista è un caprone di nome Henry Clay che fu eletto sindaco di Lajitas per ben cinque anni, dal 1986 fino alla sua morte, avvenuta nel 1992, servendo così bene i suoi elettori che dopo di lui é stato eletto suo figlio, Clay Henry Jr. Questa comunità del Texas, in cui la carica di sindaco è puramente simbolica, ha sfruttato questi simpatici “sindaci-capra” in carica per attirare turisti curiosi, pronti a offrire loro delle birre gustose! Non so con esattezza a che dinastia Clay Henry siano arrivati, III? IV? Chissà! E chissà se certe cariche pubbliche nostrane splenderebbero di nuova luce in mano alle capre rispetto ad alcuni individui certamente meno capaci... 

Ma non divaghiamo e torniamo al nostro racconto. Il tema centrale sarà quello di sfatare tante dicerie attribuite alle capre negli ultimi secoli di cattiva reputazione, presentando questo animale eccezionale in tutto il suo splendore! Ecco 7 squisiti aneddoti non necessari che vanno assolutamente condivisi:

1. DOBBIAMO A LORO LA SCOPERTA DEL NOSTRO RiTO SALVAVITA MATTUTINO: IL CAFFÈ! 

Che mondo sarebbe senza la moka, icona del design italiano nel mondo? Nome che rievoca non a caso il porto di Mokhā, la città dello Yemen da cui è partita l’avventura del caffè verso il resto del mondo! Nel nostro suolo nazionale, il caffè ebbe il suo trionfale esordio nelle piazze commerciali veneziane attorno agli anni quaranta del milleseicento (e proprio a Venezia si aprirà nel 1720 il più vecchio caffè italiano tuttora in attività: il Florian). La storia della scoperta del caffè iniziò a circolare in Europa grazie a un volumetto  pubblicato nel 1671, dal titolo piuttosto impegnativo: “De saluberrima potione cahve seu cafe nuncupata discursus”. Scritto dal frate Antonio Fausto Naironi, aveva lo scopo di limitare le paure iniziali e di esaltare le doti del caffè, sottolineandone la bontà e i suoi benefici. Ed ecco presentarsi nel testo una carrellata di lodi impreziositi da aspetti terapeutici connessi con il suo consumo. Viene analizzato perfino il risvolto sociale della sua assunzione: la lentezza con cui solitamente la si sorbisce, per esempio, incoraggia e asseconda la meditazione e favorisce il prolungarsi degli incontri tra amici. L‘autore non dimentica la dote del caffè di essere un utile eccitante. E proprio su questo racconta di come nello Yemen e in Etiopia si sia tramandata una leggenda sulle origini dell’uso umano del caffè: un pastore di nome Kaldi, sempre attento al benestare delle sue capre si accorse che queste oltre ad essere più ostinate, caparbie, cocciute del solito, erano anche molto nervose, si adombravano per un nonnulla, partivano a testa bassa contro chiunque si avvicinasse loro. Anche nel branco regnava una grande inquietudine, contrassegnata da un continuo cozzar di corna. Ma ciò che turbava più  il pastore era il fatto che, giunta la sera, una volta recuperate nelle stalle, restavano irrequiete e non riposavano. In piena notte erano ancora tutti svegli. Non riuscendo a capacitarsi dell’insolito fenomeno, provò a vederci più chiaro. Si recò al monastero ed espose il fatto a un vecchio e saggio monaco, il quale domandò se per caso negli ultimi tempi non avessero cambiato pascolo e  brucato qualche pianta alla quale non erano abituate. Il monaco ci aveva visto giusto. Ispezionando i nuovi pascoli, si accorse che le capre con agili saltelli si arrampicavano su alberelli a lui sconosciuti e brucavano voracemente foglioline e bacche di un rosso acceso.  Ed ecco che si riproponevano le stesse dinamiche di irrequietezza. Portati al convento, i semi furono esaminati, sottoposti a numerosi esperimenti, e una volta abbrustoliti sul fuoco, macinati e versati nell’acqua calda, i monaci sperimentarono che l’infuso scuro prodotto da questa lavorazione, li rendeva molto agitati ed eccitati, turbava la loro serenità convenutale e, quando giungeva la notte, stentavano a prender sonno.

Con gli anni il racconto si ampia. Compare persino il nome in lingua locale di questo alberello attira capre grazie alla versione pubblicata nel 1691 da un medico bolognese, Angelo Rambaldi che così riporta: “...e osservato, che giunti a certi pascoli con tutta avidità correvano à divorare certo frutto d’arboriscelli dà loro, che scrivono senza vocali, chiamato Bnn, che noi diressimo Bun per veder se havesse indovinata la causa, ne fece la decottione”. Louis Lewin aggiunse poi che la bevanda “fu chiamata kahweh, cioè “ciò che eccita”, o “ciò che toglie la voglia di mangiare”. Da qui al termine caffè è un attimo!

Altre versioni successive, figlie dei propri tempi, videro santoni islamici sostituirsi ai monaci. In una di queste, riportata in uno dei primi trattati a stampa dedicati al caffè, è presente il tema dell’iniziale rifiuto e condanna della nuova droga da parte dei sistemi istituzionali vigenti: qui se ne condanna l’uso scaraventandolo nel fuoco. “Si sprigionò così un aroma allettante. I chicchi abbrustoliti furono subito strappati alle braci, sbriciolati e dissolti in acqua calda, per ricavarne la prima tazza di caffè”. In un’altra riproposta da Ernst von Bibra nel 1855, si trova il tema della dicotomia, tutta islamica, fra inebriante concesso e inebriane vietato, ovvero fra il caffè e il vino: qui il pastore è un derviscio che  intuisce nel caffè la ricompensa di Allah per la fedeltà nel rispettare il divieto del vino.

2. LA CAPRA SI DROGA!

La leggenda del pastore Kaldi ci fa ben riflettere sui numerosi eventi etnostorici sparsi per il mondo in cui un uomo scopre l’associazione esistente in natura fra una data pianta e l’assunzione intenzionale da parte delle capra di questa pianta per ottenere il conseguente effetto stimolante ricercato! Tralasciando per un attimo l’immagine di alcuni esemplari di capra attratti da droghe psicoattive per ricercare quello stimolo in più, scopriamo numerosi aneddoti basati sulle osservazioni di pastori di tutto il mondo, che riportano l’assunzione intenzionale da parte delle capre di certe piante per scopi curativi oltre che per inebriarsi.

Eliano, già nel III secolo d.C., scriveva che, quando i cacciatori dell’isola di Creta ferivano con le frecce le capre, queste “trafitte vanno subito a brucare la pianta del dittamo [Origanum dictamnus L., famiglia delle Labiatae]: come la mangiano, le frecce fuoriescono interamente dal loro corpo” (Eliano, Storie varie, I, 10). Questa pratica curativa ce la descrive anche Aristotele (Ricerche sugli animali, IX, 6, 612-3) e  Plutarco (Le virtù degli animali, IX)  che ci riporta  l‘aneddoto delle donne cretesi che, osservando questo ingegnoso comportamento delle capre, appresero le proprietà abortive del dittamo (Plutarco, L’intelligenza degli animali, 20d).

 

Qui nel cuore della Barbagia di Seulo in Sardegna, sappiamo con esattezza che le capre, goderecce e viziose, si “drogano” dì squisitezze: ricercano i germogli più teneri e gustosi e sono ghiotte di timo selvatico, una pianta chiamata in loco “s’Armidda” dalle molteplici proprietà benefiche e dal sapore unico. Questo  conferisce al latte e ai suoi derivati una percezione aromatica speciale tutta da sperimentare! Sentirete le vostre papille gustative avvolgersi di tenera e vellutata freschezza! Fossi in voi aggiungerei al formaggio e alla ricotta quel tocco dolce e aromatico che solo il miele monflora al timo selvatico, prodotto dal nettare della pianta de “S’Armidda”, può dare. Provare per credere!

3.PERCHÈ SI DICE “SALVARE CAPRE E CAVOLI”?

Innanzitutto il detto allude alla volontà di salvaguardare due obiettivi (bisogni, interessi, tornaconti) apparentemente inconciliabili. Il modo di dire nasce da un famoso gioco di logica: un contadino deve trasportare sull’altra riva di un fiume una capra, un lupo e un cesto di cavoli. Ha a disposizione una barchetta che può contenere, oltre a lui, solo una di queste cose per volta. Può fare quanti viaggi desidera, ma deve risolvere un ulteriore problema: non può lasciare soli sulla riva la capra e i cavoli, e neppure il lupo e la capra, perché la capra mangerebbe i cavoli, e il lupo la capra. Provate a risolvere il dilemma del contadino! 

Ecco qui la soluzione, cari Caronte di ogni dove: dovete dare la precedenza alla capra e traghettarla per prima; tornare indietro e traghettare i cavoli; riportare indietro la capra (per non lasciarla con i cavoli); traghettare il lupo (che ora starà coi cavoli); tornare indietro a prendere la capra! L‘Inventore del giochino, che vi ha spremuto per bene le meningi, è Alcuino di York, teologo e pedagogo inglese, che nel 782 fu chiamato da Carlo Magno a dirigere la Schola Palatina di Acuisgrana (Germania), una delle prime scuole pubbliche al mondo, destinata ai giovani aristocratici. Vi sentite più abbienti ora con capre e cavoli? Bene!

4. MA LE CAPRE SONO DAVVERO COSÌ STUPIDE E OTTUSE?

Affatto! Già vari studi in passato hanno rilevato come siano animali sociali, gregari e piuttosto intelligenti. Ora un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers of Zoology dimostra pure che riescono a percepire le emozioni espresse tramite le loro voci. Il gruppo di ricerca ha lavorato con 24 capre del Buttercups Sanctuary for Goats, un centro che accoglie capre abbandonate nel sud dell'Inghilterra. I ricercatori hanno registrato i richiami di capre che esprimevano felicità, ad esempio nel momento in cui veniva loro offerto del cibo, e piccole frustrazioni, come essere separati dal gregge per cinque minuti o venire private di cibo mentre le compagne mangiavano allegramente (vi sfido a non sentirvi frustati se vi mangiano davanti al naso il vostro piatto preferito e a voi niente!). Le registrazioni in seguito sono state fatte ascoltare ad alcune capre cui veniva monitorato il battito cardiaco. La capre sono diventate più attente e partecipi quando le emozioni erano «tristi» e le vocalizzazioni felici sono state correlate a una maggiore variazione nel tempo tra i battiti del cuore, un segno di benessere nei mammiferi. Insomma, per farla breve, come noi si mettevano sul chi va là in presenza di un potenziale pericolo, attente e incuriosite da un fatto insolito e stra rilassate e in scioltezza durante un lauto pranzo tra amici

 

5. ANCHE LE CAPRE SVILUPPANO E IMPARANO UN ACCENTO!

È un loro modo per riconoscersi e ritrovarsi. È capitato a qualsiasi sardo di venire sbeffeggiato con fare scherzoso da un proprio connazionale che rimarca l’assoluta facilità di centrare la nostra provenienza o da un amico che non perde un attimo nell’esasperare la nuova flessione dell’accento dopo una vacanza o un periodo di studio e lavoro esercitato in un’altra città (io poi che ho vissuto a Milano, ho raffinato un’arte zen sopraffina per affrontare cotanto sopruso di battute!).

Questa esperienza di tornare a casa con una cadenza più spiccata e diversa dal solito è vissuta anche da giovani capre che trascorrono intere giornate all'interno di gruppi coesi di coetanei. Gli studi effettuati sino ad ora, portati avanti da Elodie Briefer e Alan McElligott della Queen Mary's School of Biological and Chemical Sciences dell'Università di Londra, hanno provato che le capre sanno adattare i propri belati all'ambiente sociale in cui vivon. Una capacità rara tipica di uomini, balene, delfini e pipistrelli. I diversi accenti potrebbero funzionare come una sorta di “badge di riconoscimento" per accedere ai diversi gruppi: se una capra perde di vista il proprio, avrà uno strumento in più per ritrovarlo e per farsi riconoscere. Un prezioso collante sociale.

6. MA STA PANCA CHE DETTA VITA E MORTE A QUESTA POVERA CAPRA?

Chiunque, nato o cresciuto in questo suolo italico, avrà sentito alla nausea il ritornello “sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa”. Perché mai la vita di una capra dovrebbe dipendere da una panca? E perché sotto la panca muore? Partiamo col dire che uno scioglilingua è un gioco di parole, generalmente sprovvisto di senso logico, concepito per mettere alla prova la rapidità di coordinamento vocale di chi lo pronuncia. A questo scopo contiene allitterazioni, assonanze ed anagrammi che devono essere ripetuti il più velocemente possibile. Non si deve quindi ricercare alcun significato in uno scioglilingua, ma in questo caso, in forma di gioco, si può fare un'eccezione. Provate a scrivere tra i commenti perchè secondo ognuno di voi la stessa capra sotto la panca dovrebbe morire. Sarà un sorprendente esercizio di filosofia. Scrivete le vostre varianti e scoprire a quale sorprendente categoria di teorie possibili appartenete:

- La panca è stretta o gli finisce in testa
- La capra è emo e sentimentale
- Lo scioglilingua è sbagliato
- La capra sta male
- Ma tu stai male!
- Metafora della vita sui premi e sulle insidie
- Ma ribaltiamola sta panca 

7. VADEMECUM SIMBOLICO DELLA CAPRA E LE AVVENTURE DEL CAPRO ESPIATORIO 

La capra rappresenta le energie della natura, la ricerca di nuove altezze, la propensione allo sfizio e al capriccio. Attraverso i secoli, i popoli, le culture e le immancabili superstizioni umane, questa “energia della Natura” fu associata ad aspetti positivi o decisamente negativi. Anticamente la capra era sacra, simbolo di abbondanza e di prolificità. Non a caso nell’interpretazione onirica sognare capre che pascolano è indice di futura ricchezza e prosperità! 

Chi non conosce il mito di Adamantea, la capra che nutrì con il suo latte Zeus, il padre degli Dei? Di fatto, aveva tutto dell’adamante (metallo forte e prezioso): era pura, splendente, tenace, perfetta e indomabile. Il suo latte, dalle proprietà straordinarie, era un elisir di eterna giovinezza e dal suo corno reciso nacque il mito della celebre cornucopia, portatrice di abbondanza, ricchezza e fortuna. 

Curiosi di scoprire da dove nasce l’espressione capro espiatorio? Innanzitutto partiamo dal significato del termine. “È un essere capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata (anche capro emissario, nella Vulgata hircus emissarius, traduz. dell’ebr. ‘ăzā’zēl). Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando un capro era caricato dal sommo sacerdote di tutti i peccati del popolo e poi mandato via nel deserto (Lev. 16, 8-10; 26)”. Questo è ciò che riporta l’autorevole Treccani. Nulla da aggiungere al significato. Sul rito in in sé, scavando affondo per non limitarsi a ciò che racconta a pappardella la nostra tradizione, ci sarebbe molto da dire.

In un’atmosfera solenne di penitenza, nel giorno in cui il popolo era chiamato al ravvedimento e alla purificazione (Levitico 16:29-30), due capri identici venivano fatti comparire al cospetto del Sommo Sacerdote. Uno di essi, scelto a sorte, veniva sacrificato sull’altare; l’altro era invece designato come L’azazel (“per Azazel“) e doveva essere mandato nel deserto dopo che il Sommo Sacerdote aveva posto le mani su di esso confessando i peccati del popolo. Secondo un’interpretazione basata sul significato letterale del termine, ăzā’zēl non sarebbe un nome proprio, ma deriverebbe dall’unione delle parole ez (“capro”) e asal (“andare via”). Il testo del Levitico, secondo questa spiegazione, affermerebbe quindi semplicemente che uno dei due capri veniva designato come sacrificio da offrire a Dio, mentre l’altro veniva scelto per essere azazel, cioè “il capro da mandare via“. Questo era il senso in cui si intendeva il termine nell’antica traduzione greca dei LXX. Un’etimologia alternativa fa derivare azazel da azh (“forza”) e azhel (“andare”): il capro sarebbe dunque “lasciato andare a forza”. Una terza interpretazione vede invece Azazel come il nome di un’entità soprannaturale, identificata con uno spirito del deserto e con un essere demoniaco in seguito. Questa identificazione apre però un serio problema: il fatto che, secondo il rituale, uno dei capri debba essere inviato a un essere spirituale diverso dall’Unico Dio, potrebbe mettere in crisi il concetto del monoteismo biblico e andrebbe a contraddire la proibizione di offrire sacrifici ai demoni, espressa dalla Torah poco dopo! Apriti cielo! Molti studiosi hanno cercato così di aggiustare questa ipotesi, parlando non più di offerta (come quelle dei riti pagani per intenderci) ma di trasferimento di questi presunti peccati all’essere malvagio Azazel! Da qui la forzatura postuma sui “mali” del mondo che nel testo originale mica sono presenti.

Maimonide (1134 – 1204) spiega che il peccato non è qualcosa che possa essere trasferito letteralmente da una persona a un animale, ma lo scopo del rito è quello di dare un’espressione concreta a un proposito interiore: “questa cerimonia ha un carattere simbolico e serve a trasmettere all’uomo un certo insegnamento e a condurlo a ravvedersi, come dire: ‘Ci siamo liberati delle nostre azioni passate, le abbiamo lasciate alle nostre spalle e le abbiamo respinte il più lontano possibile da noi” (Maimonide, Guida dei Perplessi, 3:46).

Sulla etimologia di Azazel non ci sarà mai accordo fra gli studiosi, ma il messaggio del rito appare così molto più utile e comprensibile! Specialmente se ficchiamo nel nostro cervellino il concetto che il termine “peccato” a quei tempi non era inteso come oggi alla latina, ma come trauma. Fare “khed’è” in ebraico significa creare un trauma.  Chi crea un trauma interrompe un equilibrio e il trauma ce l’ha chi lo ha causato e sia chi lo ha subito. Capite che così espressioni come “rimetti i tuoi peccati” acquisiscono finalmente senso!! Nessun rigetto in stile “film Esorcista” , ma guarire da semplici traumi da riconoscere e L-I-B-E-R-A-R-E! 

Il Cristianesimo ereditò dunque tutta una conoscenza antica, fatta di miti e di creature fantastiche, che rielaborò in chiave cristiana per diffondere più facilmente la religione tra i ceti più bassi o di diversa cultura. Ed ecco qui che le nostre capre e i nostri caproni tornano alla ribalta a simbolo della lussuria più sfrenata.  La natura selvaggia divinizzata dagli antichi (pensiamo al Dio Pan che rappresenta quell’istinto che è l’urgere della natura, che ben si abbinava con Dioniso che impersona il potere della forza produttiva della Natura) nel Medioevo diviene mostruosa, peccaminosa. Gli antichi rituali legati alla fertilità diventano sabba di streghe e stregoni, antiche divinità con le proprie pecularietà si trasformano in demoni o arricchiscono il portfolio delle innumerevoli capacità dei santi! il Diavolo Satana fa il suo ingressso rubando l’aspetto e la scena diventando un grottesco essere antropomorfo con le sembianze di caprone.

In questi anni si confeziona una nuova veste per il povero Azazel, il capro espiatorio, che si trasforma nel demone caprino servitore del diavolo. Lo fanno risalire all’angelo ribelle di cui si parla nel libro apocrifo di Enoch di nome Asael (simile ad Azazel). Costui aveva avuto, assieme ad altri angeli, il permesso di Dio di andare ad abitare sulla terra. Qui attratti dalle donne umane infransero il tabù imposto dai cieli e si accoppiarono con loro. Ogni Angelo insegnò agli uomini qualcosa (Azael insegnò agli uomini a costruire armi e alle donne ornamenti e cosmesi - 1 Enoch 8,1). Per punizione fu imprigionato da Dio in una caverna sotto un cumulo di pietre. Molti lo identificano nel demone dei deserti della mitologia ittita, mesopotamica e mazdea. Una sorta di residuo di precedenti divinità. 

Nel mix negativo aggiungiamo il racconto del celebre Baphomet  (Bafometto, il “demone ermetico” che i Templari furono accusati di adorare. Era rappresentato da un essere androgino con la testa di capra sulla cui fronte era disegnato un pentagramma: un significato del tutto differente da quello utilizzato poi nel satanismo), i diavoli nell’ampolla evocati da libri proibiti ed ecco che l’assioma capra-diavolo fu ben presto creato a tavolino e consolidato! 

Per fortuna che qua e là nei secoli qualche valore positivo è rimasto protetto in alcune credenze popolane: quella che vede la presenza di una capra in una stalla come una protezione per il cavallo dal male; se si è così fortunati da incontrare una capra nera su una mulattiera sperduta, vuol dire che lì c’è un tesoro; un corno di caprone posto sotto un cuscino è in grado di combattere l’insonnia; far avvicinare una capra alla casa di un ammalato significa farlo guarire; in altri luoghi pare che le capre fossero utilizzate anche nelle miniere di carbone perché si reputava che conoscessero con precisione l’ora in cui sarebbe terminato il turno. Quando stava per suonare la sirena, le capre si rifiutavano, infatti, di tirare i carretti con il carbone.

Qui in Sardegna l’aspetto della longevità e le proprietà antitumorali e benefiche del latte di capra sono riconosciute da sempre. Celebre è la favola della capretta magica che conduce il pastorello a un favoloso tesoro. Una favola che appartiene alla nostra tradizione sarda che Maria Lai reinventò facendone metafora della ricerca artistica, tra libertà di sguardo e ansia di infinito. Il tesoro che risplende nel suo racconto non è l'intreccio di gemme e ori preziosi ma l'assenza di vincoli e catene nella bellezza del sole e del vento. Un varco aperto sulle possibilità, una porta spalancata sullo spazio che può sì fare paura, ma è capace di regalare l’immenso. Non è casuale il ruolo salvifico della capretta, creatura magica che fa scoprire al pastorello il disegno e la musica del cuore. Era stato suo padre a definire quella bambina irrequieta "una capretta selvatica ansiosa di precipizio". E il precipizio, spiegava Maria, non è altro che infinito. Ma questa è un’altra storia.

 

Se vuoi assaporare con tutti i tuoi sensi il segreto della longevità vieni a scoprire con noi cosa rendono unici i sapori di questo polmone verde della Sardegna. Indosserai nuovi occhi da bambino fatti di magia, capaci di afferrare in un attimo l’essenza delle cose. “Una Giornata col pastore nel cuore della Barbagia di Seulo” è la nostra experience dedicata, creata in collaborazione con l’Azienda Agricola Massimo Sechi, fatta di persone che realizzano giorno per giorno il loro sogno con mani sapienti e occhi da bambino. Solo così ogni cosa diventa possibile. 

 



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