I DONI PER LE ANIME: IS ANIMEDDAS, COSA ANCORA CI PUÒ INSEGNARE

Manuela Sanna Storia e Tradizione

Nella notte tra la fine di ottobre e l'esordio di novembre il portale fra il mondo dei vivi e quello dei morti si affievolisce talmente da permettere il passaggio di anime erranti e desiderose di pace; anime curiose e benevole che vagano nei luoghi un tempo cari, desiderose di odori perduti. È questo il momento della riflessione. È questo il momento di onorare gli antenati e raccontare le loro gesta. Di riunirsi attorno al fuoco e aprirsi ai “contus". Di accendere la via per gli spiriti vaganti con le fiamme delle candele. È questa l'occasione, nascosta e tramandata con saggezza, di guardarsi dentro, sanare le ferite del passato e guardare la vita che verrà.

In questa occasione speciale le vie del paese brulicavano di bambini coperti di stracci, alcuni avevano il volto annerito da carbone, altri, con fare timido spingevano in avanti l'amico più ardito. Bussavano alle porte delle case porgendo un sacco e intonando un "seus benius po is animeddas" (sono venuto per chiedere un'offerta per le anime) oppure un "seu su mortu mortu, carki cosa po sas ànimas" (sono il morto-morto, chiedo qualche cosa per le anime). Ed ecco che il bottino di queste piccole anime si arricchiva via via di frutta secca, mela cotogna, melograno e dolci tradizionali.

In Ogliastra, ad Urzulei, dove sono nata, primo fra tutti, "sa panischedda": un dolce scrigno di pane che racchiude miele, “abba ‘e mele”, saba, finocchietto selvatico, uva passa, noci, mandorle e aromi vari, a seconda della ricetta segreta di famiglia. Quel che è certa è la sua non facile preparazione, fatta di cura e lunga fermentazione. La chiave di violino per una perfetta esecuzione è la massima attenzione e la scelta del luogo caldo che permetta la giusta fermentazione. Un tempo una vecchia "tiaggia de lana" (tovaglia di lana) avvolgeva i tempi di attesa di questa lunga preparazione. In questi ultimi anni, lunga è stata solo la lotta contro la moderna produzione industriale che ha fatto perdere ai più gli innumerevoli richiami legati ai rituali del dono e della forza simbolica racchiusa in “S'Abba 'e Mele” (Acqua di miele), ingrediente principe presente nelle ricette più antiche. Il sapore di questa meraviglia, prodotta dal recupero della "spremitura" del miele raccolto, o meglio "tagliato", è intriso dell’antica tradizione contadina del "non si butta mai nulla" e  del "sfrutta tutte le risorse che ci regala la natura". Per non parlare del prezioso valore simbolico del dare nuova vita alle cose che sembrano avere una fine. 

Ma perché il miele veniva tagliato?  

Sino a 50 anni fa e prima dell’introduzione dei moderni alveari gli sciami di api erano tenuti su di un tronco cavo di sughero, il cosiddetto "bugno rustico". Il favo contenente il miele era un tutt’uno con il nido e solo una serie di legni a croce all’interno del bugno manteneva l'ordine dei favi. Per poter raccogliere il miele era però necessaria un po’ di forza bruta con le mani oppure, più efficacemente, si faceva uso di una lama del coltello pronta a tagliare la parte superiore e ricca di miele.

Altri protagonisti della festa sono i "pabassinas", papassini, i dolci beneauguranti tipici della Sardegna, usati anticamente come dono nei tipici periodi di "passaggio", legati alla liturgia agraria. Molti non si soffermano più a pensare alla funzione simbolica racchiusa in questi dolci, dimenticandosi che il cibo è sopratutto unione, nutrimento concreto e simbolico. Non c'è dolce o alimento che non affondi le radici nelle pieghe del vissuto. Ed è proprio qui che inizia il bello, seguirne le trame per avventurarsi in un viaggio unico di scoperta. Come unico è scoprire che le zucche intagliate per Halloween (forma contratta di “All Hallows Eve”, dove Hallow è la parola arcaica inglese che significa “santo”: la vigilia di tutti i santi, quindi. Festa odierna e commerciale che ha richiami però profondi nelle antiche feste pagane legate al Samhain) hanno radici profonde che accomunano tutti i popoli. Tu che denigri tanto la forzatura di una festa così “lontana” dalle tue origini, prova a grattare via la superficie e spolvera dai detriti il messaggio nascosto dalla sabbia apparente delle convinzioni. Anche qui in Sardegna venivano eccome intagliate le zucche, prova ne è "sa conca 'e mortu" preparata anticamente in questo periodo per far scherzi, spaventare i bambini e tenere lontano "sas animas malas", le anime malvage. 

Fin da epoca nuragica sull’isola è viva la credenza secondo la quale la morte non consiste pienamente nella fine della vita, ma di quella così come la si conosce. La morte su “Ichnusa”, uno dei nomi antichi in cui fu chiamata, non è mai qualcosa di definitivo, ma semplice passaggio necessario per accedere a una esistenza spirituale diversa. Nelle piccole comunità agro-pastorali la morte era una presenza naturale e il suo giungere inatteso veniva esorcizzato con riti collettivi, presagi e segni premonitori che si pensava ne annunciassero l’imminente comparsa: animali capaci di “leare su fragu ‘e sa Morte” (sentire l’odore della morte); il cigolio terrificante del carro dei morti; la figura leggendaria dell’Erkitu e del suo muggito portatore di morte; le danze off-limit del corteo dei morti, chiamato in alcuni paesi “Sa Reula”. E tante altre.

Questo dedicato a “Sas Animas” è Il momento dell’anno di onorare gli antenati e raccontare le loro gesta; di stare attorno al fuoco cerimoniale e aprirsi ai "contus"; di accendere la via per gli spiriti vaganti e alimentare la speranza; di onorare e ricordare i propri morti con una cena frugale e un buon bicchiere di vino. È usanza diffusa in molte parti dell’isola lasciare apparecchiata la tavola tutta la notte in modo che i defunti possano fare ritorno presso i luoghi cari fino al sorgere del sole e sentire i profumi di pietanze e ricordi di vita vissuta. Sovente venivano, infatti, lasciati sulle sedie e sugli angoli della tavola, oggetti che i cari utilizzavano nel quotidiano. Una pipa, degli occhiali, uno scialle, il set da ricamo, il libro preferito. Una candela accesa per ognuna di queste anime di passaggio apriva la via per la loro ascesa. 

È questa l'occasione, nascosta e tramandata con saggezza, di guardarsi dentro, sanare le ferite del passato e guardare la vita che verrà. È questo il periodo dell'anno in cui la Natura si ritira in se stessa come i semi si ritirano nel terreno. Nel calendario agricolo questo periodo è chiamato della semina: sulla terra sembra regnare la morte mentre di sotto la vita è in fermento. 

Ora abbiamo la possibilità di seguire l’esempio della semina e raccoglierci in noi stessi. In questi giorni di infodemia fuori controllo e diffusione del virus, emozioni come paura, rabbia, incredulità, angoscia, governano il timone del nostro sentire. Focalizziamo per un attimo il nostro sentire, proviamo ad aprirci a quello che, per tradizione, è il momento della riflessione.

Prendiamo una bella boccata di aria pura e prestiamo attenzione ai sottili mutamenti del corpo, all'adattamento biopsichico del nostro organismo ai brevi e pungenti giorni autunnali: ci accorgiamo che la mente inizia infatti a scivolare In maniera naturale dall’esteriorità all'interiorità. È tempo di tepore e di riflessione; di scoprire quali aspetti di noi stessi necessitano di essere cambiati prima che possa iniziare un nuovo ciclo di vita.

Una nuova semina, insomma. Di cosa? Bè, iniziamo con qualcosa di semplice con nuovi desideri da cullare e da far germogliare. Proviamo a fare un gioco, dedicatevi un attimo in questa notte di passaggio. Preparate una tavola imbandita con dolci e frutta di stagione. Mettetevi comodi. Prendete un foglio di carta, una penna, mela e due candele. Una tenetela accesa. Può illuminare la ricerca. Piegate il foglio a metà. Visualizzate una spirale interiore 🌀che partendo dall’anno vecchio arriva al vostro centro interiore, qui pesca emozioni, erbacce, sogni da sradicare e nuovi desideri da realizzare; a questo punto ripercorrete la spirale in senso contrario, dall’interno verso l’esterno portando fuori il nostro potenziale di vita e creatività che vorrete manifesto nel nuovo anno, conservando al tempo stesso la saggezza imparata nel passato. Ora, se volete, nella parte sinistra del foglio scrivete tutto ciò che volete liberarvi e lasciare andare di questo anno passato, nella parte destra scrivete i vostri desideri e le emozioni nelle strade da percorrere per realizzarli. Potete anche chiudere il foglio e ripiegarlo in quattro, metterlo dentro una mela recisa, fare un buco nel giardino o in un vaso pieno di terra e sotterrare fisicamente la mela. Poi prendete la candela con la fiamma già accesa prima e alimentate Con questa quella nuova spegnendo poi, ad accensione avvenuta, quella precedente. Adesso che la semina è fatta, potete gustare quel delizioso banchetto, i cui aromi e profumi solleticavano l’attesa. Un bel "rito" d'autunno, non trovate? Non so voi, ma io voglio ancora scorgere occasioni, e quando arriveranno convincere la ragione a non opporre resistenza e a non distrarsi, a farsi avanti e ad afferrarle con coraggio.

Quel che ho imparato dai doni della festa delle anime è che la vita è sempre in fermento, dà ogni occasione di accorgersi che nel proprio cuore c’è qualcosa di più di quel che, per ora, ci accontentiamo di mostrare; c’è sempre la possibilità di potare rami secchi e di proiettare nuovi spiragli. Non importa dove decidiate di stare in questi giorni così speciali, tra le calde mura domestiche, immersi nelle vibrazioni positive della natura. Permettetevi, sempre, di vivere tutte quelle esperienze che nutrono corpo, mente ed anima. Si può ancora bilanciare la sicurezza per i nostri cari con la voglia di sperimentare nuovi modi di vivere in questa nostra amata Terra.  Mettete caso che lungo il cammino, possiate imbattervi nel sentiero che manca a cui aspirate per davvero.

Buona semina a tutti!

 Manuela 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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