IL BARBIERE ASSASSINO DI FINE SETTECENTO

Manuela Sanna Oltre la Leggenda

Una delle più interessanti leggende cagliaritane intrise di storia, lega la Grotta dei Colombi, situata alle pendici del promontorio del capo S'Elia nei pressi della pittoresca insenatura di Cala Fighera, con i cunicoli bui e stretti del quartiere Castello, teatro notturno di un sanguinario barbiere.
La grotta dei colombi deve il suo nome alla grande quantità di colombi selvatici annidati in passato. Nota sin dall’antichità, ha un ingresso di forma triangolare accessibile solo via mare. Fa specie pensare che nel 1600 in questo bellissimo tratto di mare venivano lasciati, per limitarne il contagio, i cadaveri degli appestati provenienti dalla città e dal vicino Lazzareto di Sant'Elia.

Nella sua guida della città di Cagliari del 1861, il canonico Giovanni Spano scrisse che la grotta era frequentata da tempo dai cacciatori di colombi e che il guano prodotto dagli uccelli per secoli è stato prelevato dal pavimento della grotta per essere utilizzato come concime. Immaginatevi un groviglio a temporale di piccole imbarcazioni che trasportavano via mare appestati, cacciatori pronti a beccar colombi, pescatori e contenitori carichi di cumuli di guano fertile! Come non ringraziare il nostro canonico per questa lauta aggiunta alla già pittoresca immagine. Per fortuna oggi giorno questo tratto di costa ha ben altro appeal! Degno di nota è ricordare che i volatili volgarmente chiamati “colombacci” erano in passato un piatto gustoso degno della tavola nobile. Ai tempi si pensava che la sua carne celasse proprietà afrodisiache. Macchiavelli lo annovera tra i cibi da consigliare al vecchio che si accinge ad avere rapporti amorosi, mentre il medico Pisanelli evidenziava che i colombi domestici “baciandosi scambievolmente prima del coito, sanavano le malattie da frigidità”. Bè, una campagna di promozione nei tempi perfettamente riuscita per alimentarne la caccia! Ma perché queste divagazioni? Sono tutte connessioni che ci aiuteranno a far luce sui fatti avvenuti a Cagliari alla fine del settecento. Sappiamo da numerose fonti che durante i primi decenni dell’Ottocento la grotta fu a lungo evitata poiché si era sparsa la voce che fosse il nascondiglio di uno spettro maligno chiamato Dais, nome che significa torcia, testa calda. Un lugubre lamento si ergeva potente tra le tenebre dell’antro della cavità e le acque circostanti, rievocando nelle menti dei pescatori il terrore del fresco assassinio avvenuto proprio all'ingresso della cavità. Si raccontava di un uomo attirato nei pressi della grotta con il pretesto di una battuta di caccia ai colombi e poi brutalmente ucciso. Il suo cadavere fu abbandonato sanguinante nel breve tratto tra l’ingresso della grotta e la fredda acqua marina. Una variante della leggenda, più ricca di particolari macabri, lo vedeva legato e sanguinante alla parete a pelo d'acqua e lasciato annegare lentamente al salire della marea.

Il perché venne ucciso è da ricercare nei fatti storici che qualche tempo prima, precisamente tra il 1794 e il 1795, videro un uomo, soprannominato Dais, come uno dei maggiori fomentatori di tumulti popolari che cessarono con l’uccisione delle due più alte autorità dopo il viceré, creduti dal volgo “infami traditori”: il generale delle armi (vale a dire il supremo comandante militare) marchese della Planargia Gavino Palliaccio e l’intendente generale Girolamo Pitzolo. Furono anni difficili quelli successivi alla resistenza di Cagliari all'assedio navale dei francesi rivoluzionari: i sardi si videro rifiutare la loro richiesta di una maggiore autonomia e del rispetto degli antichi privilegi. La città insorse il 27-28 aprile 1794 (oggi festa riconosciuta come «Sa die de sa Sardigna»), e cacciò temporaneamente i piemontesi (che subirono in gergo un semplice e temporaneo scommiato, un rimpatrio). La rivolta, fagocitata da una sollevazione anti-feudale nel resto dell’isola, sebbene avesse riscosso un discreto successo iniziale, venne sedata e si concluse con un consueto nulla di fatto. La nomina a Intendente Generale di Girolamo Pitzolo contribuì, come dicevamo, a suscitare nel popolo invidia e odio. Lo scopo dei moti rivoluzionari secondo il Pitzolo doveva limitarsi a dare un riconoscimento e un ruolo agli aristocratici e ai possidenti sardi lasciando immutati gli assetti istituzionali esistenti.   Questa sua politica reazionaria gli fece perdere rapidamente consensi tra le masse popolari che pochi mesi prima lo avevano assurto a padre della patria. Il partito dei normalizzatori, di cui faceva parte, era contrario ad ogni richiesta di riconsiderare o abolire il funzionamento del sistema feudale in Sardegna. I suoi oppositori novatori (tra i quali spicca Giovanni Maria Anjoy che ritroveremo a breve tra le fila del racconto) congiurarono contro di lui e sobillarono il popolo.

Furono costruite abili voci calunniose che videro il Pitzolo impossessarsi del fantomatico oro abbandonato dai francesi in ritirata. Il 6 luglio 1795 l’Interdente cadde, così, nelle mani vendicative del popolo.
Ora storia e leggenda si fondono e vediamo proprio le mani del Dais, di professione barbiere, recidere la gola di Pitzolo mentre veniva portato alla torre di San Pancrazio per esservi imprigionato. La folla, non del tutto placata e senza più capro espiatorio, pensò bene di massacrare il suo cadavere, spogliarlo e abbandonarlo sul selciato della Piazza dell’Arsenale. Furono tante le gole scomode e recise nella notte. Bocche che parlavano troppo  e agivano diversamente. Tra i chiacchiericci di allora, si vociferava  perfino che il losco barbiere e nota testa calda altri non fosse che l'esecutore materiale di Giovanni Maria Angioy (l'uomo di punta del giacobinismo locale) contro gli abusi dei potenti, portando “il pelo e contropelo” indubbiamente ai massimi sistemi!    

In questa non facile lettura dei meccanismi di allora, figuriamoci riuscire, senza la presenza di documenti storiografici certi, ad inquadrare il profilo criminale del nostro "barbiere assassino" di fiducia! Chissà se, e fino a che punto, questi permise il condizionamento della sua sete di morte. Furono solo gole colpevoli che finirono fra le lame dei suoi attrezzi?                    Doveroso aggiungere una finale assonanza con la storia di Sweeney Todd, “il diabolico barbiere di Fleet Street” che a colpi di rasoio volle punire quegli stessi londinesi colpevoli anni prima di aver tollerato, senza muover un dito, il suo ingiustificato arresto da parte di un giudice corrotto. Sweeney fu un personaggio letterario del 1846 partorito tra le righe di una piccola pubblicazione di Thomas Peckett, che, ispirato dalla leggenda parigina del barbiere sanguinario di Rue Chanoinesse che procurava ingredienti freschi per i gustosi pasticci di carne del complice pasticcere, volle fare degli omicidi del protagonista la metafora di una rivolta delle classi sociali più deboli contro gli abusi dei potenti. Archetipo o figura scellerata davvero esistita quella del nostro barbiere Dais?           Vi sono mille risposte possibili.                                       Resta stupefacente riuscire a veder spuntare, da una semplice leggenda, numerose porte di accesso sulle quali procedere e indagare o soffermarsi sull'uscio. Casi intrigati quanto basta da essere sfidanti. Ma che bella la libertà di investigare senza seguire percorsi pre-fissati!  

E proprio qui a Cagliari, a zonzo per il colle Sant’Elia, numerosi racconti aprono sconfinati percorsi di scoperta. Affinate dunque l’intuito ed utilizzate al meglio le vostre doti. Per gustare tutti i racconti del luogo unisciti al nostro Brindisi sulla Sella del Diavolo! 

 



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