LA DANZA DELL’ARGIA

Manuela Sanna Storia e Tradizione

È l'estate la stagione delle messi, il periodo dell'anno in cui compare la temibile argia. Non c'è un orario preferito: la notte, l'alba, mezzogiorno, non importa. Lei è lì, il suo addome globoso ricoperto di macchie rosse si insinua nelle depressioni del terreno, fra i sassi e l'erba, pronta a colpire. Per i sardi è la sola sopravvisuta allo sterminio imposto da Dio degli animali velenosi presenti anticamente nell' isola. Spesso confusa in alcuni paesi con una formica i cui colori, rosso sanguigno e nero come l'orgoglio, invitano sì al pericolo, ma il suo morso è innocuo. Aggettivo non adatto alla nostra argia. Il suo morso non provoca dolore istantaneo, ma i suoi effetti possono manifestarsi già nei minuti successivi con sudorazione, nausea, conati di vomito, deliri, febbre, cefalea, forti crampi addominali e nei casi più gravi perdita di sensi e morte se non curata nei tempi e nei modi della tradizione. Questa vedeva nella vittima del morso una subitanea trasformazione: il malcapitato non era più la stessa persona, subiva una vera e propria possessione. L'unica speranza di salvezza era riuscire a scoprire le caratteristiche dell'argia colpevole. Tutto il paese si mobilitava in questa ricerca: si suonava e si danzava per scoprire le preferenze dell'argia. Sarà "piccìnna, coubada o fìuda”, ovvero ragazzina, sposa o vedova? Ad ognuna di queste condizioni corrispondeva una sintomatologia sofferenziale. Ad ogni sofferenza manifesta, uno specifico intervento.

L’argiato è dispotico ed esigente, detta le proprie regole, tutti sanno che chi lo possiede vuole esser soddisfatto. È posto al centro di uno spiazzo, meglio se adibito ad aia, per evocarne il buon auspicio. Essa è infatti, il luogo che per tradizione esalta la vita, dove
si lavorano i prodotti della terra. Viene accerchiato da 7 giovani non maritate, 7 spose e 7 vedove, tutte convocate in un gruppo di ballo che gli ruota attorno a ritmo alternato. Si ergono canti e suoni in un vortice curativo d'incontro, a volte frenetico, a volte rassicurante, atto ad identificare ed eliminare le sostanze tossiche e ripristinare lo stato di benessere dell'uomo tarantolato.
Chi prova a trasformare questa danza in ragione, è perduto. Non sono i gesti a nascondere chissà che mistero ma è l'invisibile che li avvolge. È come un racconto: non devi crederci ma entrarci dentro e farti guidare, come la musica, come la vita. È un incedere verso l’ignoto; può atterrire, certo, non ci si può preparare ma è il principale alleato che possiamo avere. È più semplice di quel che si possa immaginare. La nostra tradizione ci lascia volutamente perle di riflessione: i più importanti processi, movimenti, meccanismi si basano sulla pura semplicità di alcune leggi fondamentali, basta seguirne il richiamo. Immagina che esista un punto di vista fuori dal mondo ordinario, quel mondo per noi consueto. Guardare da quel punto di vista significa togliere il velo delle verità altrui e tirar fuori quello che puoi scoprire di tenere dentro. L'uomo pensa di essere quello che a lui è noto, ma in realtà è anche in gran parte ciò che non sa di sé. Tu sei la strada che decidi di percorrere. Non temerne la danza. Entra dentro e genera altro racconto. Le genti di questa nostra terra antica di Sardegna hanno avuto da sempre molteplici canali d'incontro con questo mondo non ordinario. Le ninnie, i brebus (le parole magiche sarde) servivano per renderlo più mansueto e familiare. Non abbiamo più gli stessi occhi di allora con i quali percepire tutti i colori di questa antica danza liberatoria dell'Argia. Le sue sequenze, le mimiche, le posture, i suoi gesti rituali, grondano di un vissuto mitico-religioso a cui tutti i partecipanti di allora attingevano sapienti. Oggigiorno abbiamo perso quel contatto, ma niente ci vieta di trovarne di altri. È ancora ben visibile la valenza magica di questo rituale di guarigione, volta a non lasciare solo il malato nel suo momento di massimo disagio. Cambiano le movenze, cambia l'intonazione ma ciò che non varia è il ruolo positivo del gruppo e l’esigenza comune e condivisa di ribaltare il momento di crisi e di precarietà esistenziale, individuale e collettiva, nella forza dirompente e liberatoria della danza e del canto.
Questo è l’aspetto che più mi colpisce. Non do troppa importanza ai gesti rituali, supero le movenze grottesche, cerco l'incontro con la mia "gnosi" che mi parla. Mi racconta che più una persona si sentirà accolta e non giudicata, più sarà predisposta a parlare di sé.
Mi sussurra che certe espressioni comunicano l'intento di aiutare e supportare, non di umiliare. Mi trasporta in un tempo non convenzionale in cui mondi diversi si sfiorano, intenti a far combaciare le proprie mappe concettuali. Vedo una conversazione ritmata circolare: tanto più sarà costruttiva quanto più le persone coinvolte nella danza si apriranno tra loro e saranno pronte ad assumere temporaneamente il punto di vista e l'emozione dell'altro. "Musca juches?" mi direbbe ridendo un caro amico nuorese, intendendo "sei allucinata? sei fuori di te?" - detto forse derivante dall'uso che alcuni facevano dell'Amanita muscaria, un funghetto dai noti effetti allucinogeni che provocava certi voli sciamanici da guinness - Eh, no. Niente trance divinatoria, niente effetto sorpresa "muscau". Sarò semplicemente punta anche io dalla frenesia dell’argia...

 



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