IL DIRUPO DEI VECCHI: TRACCE DI UN ANTICO RITUALE

Manuela Sanna Oltre la Leggenda

 

Era una tiepida mattina di fine marzo, il sole sorgeva tingendo le campagne attorno di un verde intenso, ravvivato dai colori delle piante in fiore. Brillava fra tutti la ginestra e il suo inconfondibile profumo, quasi capace di narcotizzare le emozioni. Un attimo e il cinguettio assordante delle rondini pareva confondersi con l'impeto dei fiumi ingrossati dalle abbondanti nevicate invernali e le grida dei bambini intenti a portare al pascolo le loro Mannalite - le caprette che rifornivano di latte la famiglia che le accudiva e sovente dividevano lo stesso tetto. Un simile idillio e risveglio primaverile mal s'addiceva all'animo di Tiu Nenneddu e alle asole del suo vestito migliore, rinforzate dalle mille prove del tempo affrontate nei suoi ultimi settanta anni. Chissà che demoni correvano sciolti nella sua mente ora che il suo tempo era giunto. Così era stato deciso dalla notte dei tempi e dai suoi figli maschi. Era ormai un peso e andava portato a su Muccidorgiu, il burrone che attendeva la morte di tutti i capi tribù e saggi, le cui qualità fisiche e morali non potevano passare al suo successore senza questo importante rito di passaggio. La casa di Tiu Nenneddu fin dal primo mattino fu un via vai di nipoti, parenti, amici, ospiti, chi voleva salutarlo e chi gli raccomandava di salutare i propri cari già estinti. I suoi nipoti lo abbracciavano, stretti-stretti sulle sue ginocchia a stringergli la lunga barba bianca, ignari della sorte che attendeva il nonno prediletto. Per lui era cosa normale, d'altronde si ricordava quando da piccolo il padre aveva portato via il nonno che non vide più tornare. E pensare che era stato lui stesso, vent'anni prima a caricarsi sulle spalle il padre e sacrificarlo. Ora spettava a lui cingere le spalle del figlio maggiore secondo la tradizione. D'improvviso si alzò in piedi, "si può andare" disse. Dopo gli ultimi saluti e qualche lacrima frugale del figlio, venne caricato in spalle per il suo ultimo viaggio. Tra le strette e tortuose vie del villaggio, tutti uscirono dalle case al suo passaggio, benedizioni gridate uscivano dalle bocche delle donne mentre Tiu Nenneddu salutava con una muta alzata di mano. Non riuscì a dire nessuna parola tanto era grande la voragine natagli in gola. Arrivati a metà strada verso Su Muccidorgiu, il figlio decise di prendere fiato su una roccia all'ombra di una grande quercia. Accompagnati dal cinguettio degli uccelli e dall'atmosfera surreale, si raccontarono momenti degli anni andati resi immortali per poi aprirsi a un baratro di silenzio, rotto solo dai campanacci degli animali in lontananza. A un tratto il vecchio, con lo sguardo fisso e le mani appoggiate sulla guancia, disse: "Un giorno anche i tuoi figli porteranno te in spalla, e chissà, magari anche loro si fermeranno a riposare proprio qui, in questa roccia". Sentì di colpo queste parole trapassargli la carne, facendosi largo dentro. Ci pensò un pò sù e senza dire una parola si caricò il padre in spalla e lo riportò a casa.
Da quel giorno i vecchi di Urzulei non furono portati mai più a Su Muccidorgiu.
E Tiu Nenneddu potè morire, anni dopo, in una tiepida mattina di primavera, attorniato dall'amore dei nipoti, col profumo di ginestra che la brezza del Monte accarezzava lieve sul suo bel volto. Sapeva di casa.

IL “RISO SARDONIOS”

Ciò che varia nelle leggende a riguardo riscontrate in più paesi è il modo in cui il figlio capisce l’importanza dell’interrompere la catena della tradizione: quella divenuta col tempo logora cenere priva della fiamma da trasmettere. Ecco che in alcuni paesi è la visione di uno straniero che mette in discussione l’antica pratica, in altri è un disvelamento più cauto: il figlio, colto da remore, nasconde il vecchio in una grotta; giorno dopo giorno riesce a convincere il figlio sull’utilità della sua esperienza maturata negli anni e via via lo esorta a dimostrarlo agli altri giovani del paese. Ad Urzulei oltre a Su Muccidorgiu, esiste un picco a strapiombo denominato “Su pigiu de su becciu”, il picco del vecchio, che rievoca nella toponomastica tracce dell’antica pratica prenuragica del geronticidio. Lungo tutto il territorio dell'Ogliastra si conserva qua e là qualche traccia linguistica di questo antico rito. Eccola a Gairo con l'uso della frase "i vecchi alla babaieca " (is beccius a sa babaieca), dove babaieca sta per "roccia a picco", appena ad un Km da Gairo); a Baunei nell’allocuzione "leare su’ ecciu a tumba o a ispéntuma", cioè "portare il vecchio alla tomba o alla grotta ovvero al dirupo". Anche la Barbagia è ricca di queste suggestioni: ad Orotelli, per esempio, un dirupo è chiamato appunto "Iskerbicadorzu o Impercadorzu de Sos Betzos", ovvero Scervellatoio o Dirupo dei vecchi. 
Il mito ci racconta che nel corso di un rituale veniva somministrato ai vecchi l’estratto dell’Herba Sardonia, un’erba neurotossica capace di ridurre le sofferenze e accelerare la morte. Questa provocava sul volto delle vittime un’espressione alquanto singolare: le sostanze tossiche in essa contenute provocavano, infatti, la chiusura delle labbra; i denti messi così in evidenza simulavano una risata beffarda, l’ultimo trionfo sulla morte!

Oggigiorno questa ipotesi non è più soltanto un mito. Gli studiosi hanno riconosciuto da anni la pianta impiegata nel rituale: è l’Oenanthe Crocata, volgarmente definita "prezzemolo del diavolo", "sedano acquatico" o "finocchio d’acqua", che nella zona mediterranea cresce copiosa in Corsica e in Sardegna. L’avvelenamento di questa pianta è mortale se non viene curato in tempo e causa la contrazione dei muscoli delle labbra. Questa peculiarità dell’intossicazione, che racchiude una fortissima simbologia, ci porta a riflettere sul termine forgiato da Omero: il riso sardonico, quel riso-sorriso silenzioso "sardonios ghelos" talmente conosciuto nell'antichità e universalmente intellegibile da essere associato, in modo intimo e essenziale, con il furore della morte imminente e la nemesi (XX v.301). Questa espressione la ritroviamo anche in Simonide di Ceo per descrivere il riso di dolore a denti stretti provocato ai Sardi che tentavano di approdare sull'isola di Creta dall'abbraccio rovente e mortale di Talos, l'automa creato da Efesto, che rotolò il suo gigantesco corpo di bronzo su un falò poco prima di accogliere calorosamente i suoi nemici. Il compito principale di questo uomo di bronzo dalla testa taurina (ammettiamolo, una costante un pò schizoide che si ripresenta innumerevoli volte nei miti cretesi, simbolo principe della Civiltà minoica! 😝) era quello di percorrere l'isola e difenderla lanciando sassi contro le navi nemiche. Particolare interessante era il fatto che il bronzo con cui fu forgiato proveniva dalle ricche miniere di rame della Sardegna. Per Zenobio, che cita sempre Simonide di Ceo, Talos avrebbe dimorato in precedenza in Sardegna dove avrebbe ucciso molti uomini provocando loro una morte cosi dolorosa da fargli digrignare i denti per la sofferenza. Secondo un'altra tradizione narrata da Timeo, Demone e Clitarco, gli antichi Sardi offrivano in sacrificio a Crono gli anziani ultra settantenni, i quali, prima di venire gettati da un dirupo, ridevano. Alcuni autori, come Virgilio (Egloga VII) e Solino (IV, 4, 4) in relazione all’espressione "ridere sardonicamente" menzionano proprio l’herba sardonia, di cui gli antichi esagerarono l’asprezza.

Lo storico Timeo specificava l’esistenza di un’erba che chi ne mangiava "veniva colpito da un crampo ed emetteva controvoglia un riso per poi morire in tale atteggiamento".
Pausania il Pariegeta, geografo e primo curatore di “guide turistiche" di allora, nel II secolo scriveva così sui veleni della nostra terra: "nell'isola non ci sono veleni mortali, con l'eccezione di una specie di pianta. Questa erba fatale assomiglia al sedano e si dice che chi ne assaggia muore ridendo. Da questo Omero e la gente del suo tempo, hanno chiamato questo riso sinistro sardonico. L'erba cresce specialmente vicino alle sorgenti, anche se non trasmette il veleno all'acqua. La ragione per cui presento questo resoconto della Sardegna nella mia descrizione dei foci è perchè l'isola è poco conosciuta dai greci". Lo stupore e la curiosità degli antichi per il riso sardonico era così forte da spingerli a raffigurarlo in una maschera grottesca i cui lineamenti apparivano deformi e distorti da un riso innaturale, quasi demoniaco.

La Maschera punica ritrovata a San Sperate (venti chilometri da Cagliari e tre a valle di Monastir) ci schiaffa, brutale, proprio quell'espressione che da tempi immemori era conosciutissima in tutta la Sardegna. Ma cosa rappresenta davvero questo volto demoniaco? È la porta dell'invisibile che si affaccia, irruento, nel presente. Si assiste, impotenti, all'irruzione demoniaca, una repressione del tempo convenzionale, un ritorno non regolato a un altro mondo. È come se dal profondo si insinuasse un altro volto di noi stessi: un volto primitivo che irrompe e si fa strada con la sua voce primordiale e amara che può sì distruggere, ma ha anche il potere di creare...

Una volta riconosciuto sta a noi trasformarlo in un prezioso alleato, non accontentarsi del sentito dire, approcciare una dimensione che è già dentro di noi, varcare la soglia e riscoprirsi liberi, capaci di sorprendersi, cambiare strada e immaginare il tempo che verrà.

 



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