DIVINITÀ IN VIAGGIO SULLA SELLA DEL DIAVOLO

Manuela Sanna Oltre la Leggenda

Quando quest’isola stava emergendo dal mare, gli angeli la guardavano rapiti dal cielo: qui la natura stava scolpendo piano uno dei suoi più suggestivi capolavori di arte paesaggistica tra l’azzurro trasparente del mare che culla dolcemente i colori della macchia mediterranea custodita tra le pietre. Così bella e incantevole, come una perla preziosa custodita nella sua conchiglia. Dopo fugaci apprezzamenti notarono che nella parte meridionale dell’isola si era formato un grande golfo, dove le onde spumeggianti del mare smorzavano e trovavano la loro quiete naturale. Essi pensarono che un luogo così stupendo dovesse essere protetto da ogni sciagura proveniente dal cielo o dagli abissi del mare. Così chiesero al Dio creatore di sorvegliare questo angolo di mondo  per tenerlo lontano da qualsiasi insidia e vegliare sugli uomini che avrebbero popolato quella terra. Avuto il benestare da Dio, gli angeli scesero a stormi dal cielo per presidiare questi luoghi. Tutti sapevano che il golfo era protetto dagli angeli celesti e gli abitanti della zona vivevano beatamente. Ma il diavolo, a capo delle sue schiere di angeli decaduti, invidioso di tanto benessere,intraprese una battaglia contro gli angeli per il controllo del Golfo degli Angeli. Si scatenò così un furioso scontro tra le forze contendenti. Il combattimento si protrasse a lungo, le sorti non sembravano favorevoli né all’uno né all’altro schieramento. Quando un angelo ebbe una santa ispirazione e tracciò nel cielo il segno della croce. I demoni di fronte a quel segno perdettero d’incanto ogni vigore; così tutti gli altri angeli tracciarono nel cielo miriadi di croci, e i demoni, ormai impotenti e privi di forza, sprofondarono nell’abisso del mare, dal quale emerse un enorme scoglio nero a forma di sella, che dalla spiaggia s’inoltra verso il largo e sembra ancora puntare verso il cielo. Questo promontorio ancora oggi è chiamato La Sella del Diavolo, ed i naviganti quando passano accanto ad esso, si fanno il segno della croce, come fecero gli angeli a difesa del golfo.

Un’altra versione della leggenda, più diffusa, racconta che l’Arcangelo Gabriele emerse trionfante dalle acque del golfo di Cagliari e disarcionò Lucifero dal suo destriero. Il diavolo così cadde in terra e sfracellandosi sul golfo, finì a cavalcioni sul promontorio che prese le sembianze, appunto, di una sella.

La Sella del Diavolo è un promontorio di origine calcarea dell’era mesozoica, situato alle porte del capoluogo sardo, che separa la spiaggia del Poetto da quella di Calamosca, unico suo punto di accesso. Il golfo di Cagliari è chiamato anche “Golfo degli Angeli”, a motivo di questa famosa leggenda. Di richiami storici ad antiche corna, tracce di culti e pratiche soppiantate tra schiere contrapposte, questo luogo ne è davvero pieno! All'interno del bacino mediterraneo, le religioni antiche viaggiano. Viaggiano gli dèi nei racconti mitologici, e viaggiano i culti sulla scia dei profeti, dei migranti, dei deportati, dei rifugiati, di quanti vanno in cerca di fortuna. Le religioni antiche hanno, infatti, confini liquidi, si sviluppano seguendo continue reti di relazioni: vengono trapiantate, si mescolano; gli dèi passano da una cultura all'altra. Passa l‘epiteto di una divinità  e si trasforma, così come la sua immagine, la sua traduzione, le strategie rituali, il ruolo dei testi, l'immaginario mitico, l'atteggiamento nei confronti della morte e dell'aldilà, il radicamento di un santuario, il rapporto con il potere. 

Pensate che proprio qui, sulla cima di questo promontorio che divide in due il golfo che porta a KRLY (antico idioma della città di Cagliari, che si pronuncia "Karalis”) tra il blu cobalto e gli arbusti della verde macchia mediterranea, si stagliava in piena età punica, un tempio bianco. Proviamo ad immaginare quassù una notte di plenilunio qualsiasi. Era, questo, un momento magico di passaggio: il ciclo è arrivato al culmine, le energie di tutte le fasi precedenti e successive sono contenute in quel disco perfetto e luminoso che appare nel cielo. Un diffuso chiarore si espande sulla terra, incendia d'argento il mare e, sotto la sua luce feconda, ecco il santuario accendersi di canti e di vita: un brulicare di gesta immemori, depositari di una conoscenza antica e onorata con un susseguirsi simbolico di rituali propiziatori legati al ciclo della rinascita della luna e dell’esistenza stessa. Un cumulo di macerie è quel che per secoli è rimasto di un tempo glorioso. Il santuario era dedicato alla Dea Astarte, come ci attesta il ritrovamento, emerso dai primi scavi effettuati dall'archeologo Filippo Nissardi nel 1870, di un'iscrizione punica con la dedica alla dea Astarte di Erice di un altare in bronzo.

Oggi nuovi scavi in corso hanno fatto riemergere le mura dell'antica Chiesa di Sant’Elia al Monte, risalente al mille e 100 d.C. ed edificata con i resti del tempio punico. Nel corso del terzo cantiere di scavo sono emerse le strutture medievali della chiesa (o i locali annessi) le pavimentazioni dell’aula e sono state messe in rilievo le giaciture di crollo delle pareti dalle quali si evince che l’ambiente presente doveva avere un’altezza di circa 5 metri. Una testimonianza scritta del 1089 ricorda la donazione da parte del Judikes Orzoco di Cagliari, ai monaci Vittorini di Marsiglia, proprio di una chiesa dedicata a Sant'Elia al Monte. Gli archeologi puntano a ricostruire l’intera storia del luogo, rivolgendo gli studi al tempio dedicato alla dea Astarte, tesi confutata anche dalla vicinanza nella zona di due grandi cisterne (una di epoca punica e l’altra romana), di antiche canalizzazioni che forse servivano per l’approvvigionamento del tempio e una strada cerimoniale.

Ma chi era, dunque, Astarte, raffigurata non a caso con ampie corna ricurve (richiamo alla “Vacca Sacra”, dalla quale tutte le cose sono nate e dalla quale tutto trova nutrimento). Fu chiamata la Forte, la Celeste, Signora del mare e delle navi, Signora delle Battaglie, Dea della Tempesta, Signora dell’Amore, Grande utero. Fu associata al pianeta Venere e la sua caratteristica di madre portò a considerarla dea protettrice della natura e della fecondità dei campi. Era la protettrice dell’Amore e Dea della Guerra, della Fertilità e dei Naviganti. Nei secoli ebbe molti volti, che il passato ha idealizzato sotto forma di innumerevoli dee, echi di quella forza generatrice del divenire capace di conservare il suo nucleo di luce perenne. Parlo dall’Eterno Femmineo, oggi flebile riflesso di quello che un tempo irrompeva con tutta la sua forza e bellezza, capace di risuonare come tuono nel cielo, agitare fiumi e coscienze, scaldare cuori e germogliare i sensi.
Torniamo per un attimo alla rievocazione notturna delle pratiche che si
svolgevano in questo tempio. Siamo proprio sicuri che furono solo canti ad ergersi alti tra le stanze di questo tempio sacro? Pare proprio di no! Erodoto ci racconta, infatti, che "dove si trovava un tempio dedicato ad Astarte, almeno una volta nella vita, le donne usavano salire al santuario e concedersi ad uno straniero, accettando il denaro in cambio del connubio sessuale”. 

Eh, sì, avete letto bene, si parla proprio della pratica della prostituzione sacra. Pare, però, che questa obbligatorietà tanto decantata da Erodoto, sia volutamente esagerata, restava in vero nel pieno esercizio della libertà. Sulla base dell'intera documentazione disponibile in materia, si possono distinguere due forme, due livelli per così dire, di prostituzione legate al culto: una definita templare, praticata regolarmente da donne consacrate, "sacerdotesse" specifiche che vivevano ed esercitavano nel santuario presentando con orgoglio la propria condizione di servitù nei confronti della divinità; quella chiamata temporanea o eccezionale, accettata da donne libere che vi si sottoponevano in particolari periodi della propria esistenza. Valerio Massimo, nella sua raccolta di detti e fatti memorabili chiamata “Factorum ac dictorum memorabilium Libri IX”, ci riporta e specifica che “le donne di età nubile (le “Matronae”) si recavano al tempio della Dea (“Fanum Veneris”) e partendo di là esse raccoglievano il denaro per la dote nuziale, oltraggiando la propria pudicizia, disposte a impegnarsi con un vincolo così disonorevole in un legame tanto onesto come è quello coniugale”. Colpisce leggere quanto l’idea di onta e oltraggio sia sempre legato a diverse e plurime esigenze culturali.

Nel tempio dedicato alla Dea Astarte nell’antica città fenicia di KITION, l’attuale Larnaca, gli studiosi hanno trovato un’iscrizione che ha fornito elementi importanti alla pratica consumata in nome o all’ombra di Astarte. L’iscrizione risale al 450 a.C. circa e contiene, dipinto su una tavoletta di alabastro, l’elenco delle spese sostenute in due mesi dall’amministrazione del santuario. Vi sono registrati i salari destinati, nel giorno di novilunio, a varie classi di personale e a vario titolo: costruttori, fornai, barbieri, artigiani, il capo degli scribi, un responsabile dell’acqua, pastori e altri. Compare anche una specifica lista di persone di ambo i sessi "chiamato ad allietare il rito sacrificale e compensate per tale intervento”, dedito cioè alla prostituzione sacra. La pratica sopravvisse con nuove accezioni e sfumature anche durante i secoli successivi. Una preziosa testimonianza a riguardo ce la riporta Luciano di Samosata, che nel suo trattato “DE SYRIA DEA”, ci parla di una festa annuale dedicata ad ADONIS (oggetto di un importante culto nelle varie religioni legate ai riti misterici) in cui gli abitanti di Biblo “fanno un gran lutto in tutta la contrada. Quando hanno finito di battersi e piangere, essi celebrano dapprima i funerali di Adonis, come se fosse morto, poi il giorno seguente, raccontano che egli vive e lo portano all’aria aperta; inoltre si radano la testa come fanno gli egiziani dopo la morte di Apis. Quanto alle donne che non vogliono tagliarsi i capelli esse si liberano dall’obbligo con un’ammenda, che raccolgono in questo modo: devono essere pronte, durante un intero giorno, a trarre profitto della propria bellezza. Il luogo dove esse si trovano è accessibile solo agli stranieri e il denaro che ottengono diventa un’offerta per Afrodite”. Risuonano anche a voi certe attinenze?!

 

In Sardegna, i secoli successivi hanno visto nascere e delinearsi lungo la nostra tradizione la figura di una donna che ha inglobato su di sé questa antica pratica, trovando meccanismi propri di sviluppo. Parlo della ORASSIONARJA, custode del potere della preghiera magica che metteva in relazione le richieste del popolo e le disposizioni della divinità. Figura ibrida tra l’antica sacerdotessa-prostituta punica e la Bruxia, la strega. I suoi servigi magici di aiuto erano resi gratuitamente. Affinché i medicamenti e le orazioni somministrate risultassero pienamente efficaci, esse dovevano avere almeno un figlio, pur non essendo maritate. Il bambino era, inevitabilmente, non legittimo (“BURDOS”) perché “un uomo per bene della comunità non si sarebbe mai unito in matrimonio con una donna ritenuta di facili costumi”. Tra queste donne veniva selezionata e abilitata a divenire orassionarja e somministrare formule e guarigione, quella che mostrava simpatia e affinità particolari con la capra.

Ma perché proprio la capra, direte voi? Forse perché anticamente si riconosceva alla capra il suo forte valore simbolico di invulnerabilità a qualsiasi malattia. Oggi giorno sentiamo affermare da più veterinari che la patologia del tumore è praticamente assente nella capra, in altre parole questa malattia devastante per l'uomo sembra non toccare più di tanto la capra. Ricordo a tal proposito che tanti anni fa un veterinario siciliano, Liborio Bonifacio, nel territorio di Agropoli, tentò di ricavare un vaccino anti-tumorale proprio dalle capre ma a quei tempi la ricerca non dette risultati. Bè, più che plausibile dato che il siero fu ricavato in maniera grossolana da sterco e urina di capra! Se dal "letame nascono i fiori", come cantava poeticamente De Andrè, di certo, non vaccini per tumori. 

Recenti studi su elefanti (che notoriamente si ammalano raramente di tumore come le capre) condotti da un gruppo di ricercatori americani dell’University of Utah di Salt Lake City, hanno dimostrato che questi animali presentano, nel Dna, copie multiple di un gene oncopressore, chiamato TP53, che avrebbe un ruolo protettivo nella moltiplicazione cellulare incontrollata. Attualmente, è in corso la progettazione di farmaci che siano in grado di aumentare le concentrazioni intracellulari di p53 allo scopo di indurre la morte in cellule mutate che potrebbero o hanno già portato alla formazione di un tumore. Vedremo cosa diranno studi più sicuri. 

Quel che è certo e attinente alle tematiche proposte sui ruderi del Tempio di Astarte è che, nei giorni odierni nel campidano di Cagliari, la prostituta viene definita “craba de appitzu ‘e monti” (capra di montagna). A mio avviso una rievocazione leggendaria ed epocale; un eco divertentissimo se pensiamo alle orassionarja e al loro rapporto amicale da #BestFriend con le capre!

Divagazioni a parte, merita davvero riscoprire i colori e le magiche atmosfere che potrete assaporare sul promontorio della Sella del Diavolo. Primo fra tutti, un panorama capace di togliere e dare fiato! Scopritelo e scopritevi con lui! Se vuoi vivere le magie di questo territorio unico dai pure un’occhiata alle nostre experiences dedicate alla Sella del Diavolo ricche di racconti e di buon vino: “Brindisi sulla Sella del Diavolo” e “Cagliari nel Blu”.

 



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