C'è un angolo di Sardegna dove il tempo non scorre in avanti, ma si sovrappone a strati — come le rocce calcaree che lo compongono. Un luogo dove puoi posare il piede su un sentiero tracciato secoli fa dai Carbonai, alzare lo sguardo e ritrovarti davanti a colonne romane che puntano il cielo, e poi scendere sottoterra in un tempio ipogeo frequentato prima ancora che qualcuno inventasse la scrittura. Il 25 Aprile lo trascorriamo qui: nell'Iglesiente di Fluminimaggiore, su un percorso ad anello di circa 8 km con 400 metri di dislivello positivo che è, a tutti gli effetti, un viaggio nel tempo.
I sentieri dei Carbonai e il Cammino Minerario di Santa Barbara
Il nostro cammino prende avvio lungo gli stessi sentieri percorsi per secoli dai Carbonai dell'Iglesiente, che di queste foreste di lecci e olivastri conoscevano ogni pietra, ogni ombra, ogni stagione. Ci muoviamo nel cuore del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna, attraverso 8.000 anni di storia mineraria e umana. Un paesaggio che racconta di uomini che hanno vissuto e lavorato in simbiosi con questa terra aspra e bellissima. Lungo il tragitto intercetteremo alcuni tratti del Cammino Minerario di Santa Barbara, percorso storico-culturale che ricalca le piste battute dai minatori nel corso di millenni, dal Neolitico al Novecento. Camminare qui significa sentire ancora l'eco di quei passi.
ll Tempio di Antas: dove i Sardi pregavano il loro dio
Poi, la comparsa. Sbucando dai tornanti della valle, appare lui: nella quiete, lontano da centri abitati, incastonato tra i rilievi dell'Iglesiente in mezzo a una valle dominata dal monte Conca s'Omu, che in primavera assume l'aspetto di una silenziosa Avalon, ammantata da un prato di margherite bianche e profumata dal rosmarino. Il Tempio di Antas è dedicato a Sardus Pater Babai, il dio eponimo dei Sardi, il padre mitico di un intero popolo. Le origini del luogo sacro risalgono all'età del bronzo, quando le popolazioni nuragiche lo utilizzavano per cerimonie legate al culto degli antenati. Nel V secolo a.C. i Cartaginesi costruirono un santuario dedicato a Sid Addir, divinità guerriera e cacciatrice, che riprendeva e reinterpretava il culto nuragico. Poi arrivarono i Romani, e costruirono sopra tutto questo qualcosa di ancora più grandioso. La struttura visibile oggi è di epoca romana, edificata nel II secolo a.C. e successivamente restaurata nel III secolo d.C. sotto l'imperatore Caracalla. Il tempio presenta una facciata con quattro colonne ioniche alte circa otto metri e un pronao profondo che conduce alla cella, pavimentata con mosaico bianco. Stare davanti ad Antas è una di quelle esperienze che non si spiegano: le si vive.
L'antica strada romana verso Su Mannau
Dal Tempio, imbocchiamo un percorso che i Romani stessi avevano tracciato. L'antica strada romana conduce dal Tempio di Antas a Su Mannau: le genti che vivevano in questi luoghi raggiungevano la grotta per praticarvi il culto delle acque, come testimoniano i resti di lucerne ad olio e navicelle votive. Camminare su questo tratto è qualcosa di sottilmente commovente — stai percorrendo la stessa strada di qualcuno che lo faceva duemila anni fa, per le stesse ragioni fondamentali: cercare qualcosa di sacro.
La Grotta di Su Mannau: un tempio sotto la terra
La meta finale è un mondo a parte. Le Grotte di Su Mannau sono un capolavoro scolpito dall'acqua in mezzo miliardo di anni, un sistema ancora in evoluzione che si insinua nel cuore della terra per otto chilometri. Il percorso turistico si snoda su passerelle sospese per circa 500 metri, offrendo un'esperienza accessibile e suggestiva della durata di un'ora, tra sfumature di roccia rossa, bianchissime stalattiti e laghetti blu limpidi alimentati dai fiumi sotterranei Placido e Rapido. Ma c'è di più. Il ramo turistico della grotta si sviluppa a partire dalla prima Sala Archeologica, raro tempio sotterraneo al culto della Dea Madre simboleggiata dalla presenza di un piccolo laghetto. La sala presenta aree ricche di lucerne votive di varia fattura che ne testimoniano l'uso sacro dal periodo nuragico a quello punico e fino al tardo romano. E se aguzzi la vista sui laghetti interni, potresti scorgere lo Stenasellus nuragicus, un piccolissimo gamberetto trasparente, specie unica al mondo.


